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Elvira
(note di regia)
Elvira abita un luogo che è insieme casa e rifugio, tana e palcoscenico. Cinquanta metri quadrati di
alloggio Aler diventano il perimetro di un mondo fragile e ostinato, minacciato ogni giorno dallo
sfratto e dall’incomprensione.
Cinque gatti, due cani e un banco di falegnameria rumoroso non sono semplici presenze
ingombranti, ma i segni concreti di una resistenza: restare, abitare, esistere secondo le proprie
regole.
Orfana fin da giovane, Elvira è cresciuta sotto lo sguardo dei servizi sociali, che oggi cercano di
ricucire una frattura ormai profonda tra lei e il contesto che la circonda.
Ma Elvira non tratta: ha costruito un muro invisibile tra sé e il mondo.
Dentro questo spazio chiuso e sovraffollato, la solitudine non è mai silenziosa.
A farle compagnia sono voci, presenze immaginarie, personaggi che la abitano da sempre e con cui
dialoga come fossero reali.
La narrazione si muove su un crinale instabile, dove il comico scivola nel grottesco, fino a
incontrare una forma di grazia. Ciò che appare eccentrico o assurdo non viene mai smentito, ma
accolto come possibile verità.
In questo rovesciamento, in questo “sentimento del contrario” si apre uno sguardo sulla fragilità
umana: non come mancanza, ma come strategia di sopravvivenza.
Elvira racconta la propria vita attraverso frammenti, ricordi, deviazioni e lo fa nella sua lingua, col
ritmo del suo alfabeto, affidando la voce ai personaggi del presepio, dai quali è fin da piccola
affascinata.
Figure immobili, simboliche, che prendono parola e diventano interlocutori di un dialogo intimo e
surreale. Attraverso di loro Elvira tenta di dare forma e ordine a un’esistenza che sembra averli
smarriti.
In questa dimensione sospesa, ogni dialogo diventa costruzione di senso: le parole sono oggetti
concreti da riordinare, strumenti da maneggiare con cura.
La scena diventa così il luogo di una ricomposizione impossibile ma necessaria.
Un atto poetico in cui l’immaginazione non è fuga, ma resistenza: ultimo spazio di salvezza.
Silvio Gandellini